Linguaggio e cambiamento

Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.

— Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

 

emotrack-07Nelle note che seguono proverò a considerare la relazione tra il linguaggio e il cambiamento che si cerca di facilitare nel corso della relazione terapeutica. Poiché non ci sarà lo spazio per esplicitare tutti gli aspetti a fondamento della prospettiva offerta, vorrei iniziare con il fissare alcuni presupposti.

La persona è colta a partire  dalla sua esistenza, così come si dà e si manifesta attraverso l’esperienza del vivere – il sentire e l’agire – ed è considerata nella sua dimensione storica.

Il disagio, la sofferenza, è considerata alla luce della difficoltà/impossibilità di riconoscere e riconoscersi nelle proprie esperienze, e nella difficoltà/impossibilità di aprire nuove prospettive, nuove possibilità d’essere.

L’analisi della persona, è intesa in questo spazio come l’indagine della relazione fra la dimensione pre-riflessiva della esperienza vissuta, la qualità e la profondità della consapevolezza e la sua riconfigurazione narrativa.

La psicoterapia, infine, come un processo di cura e cambiamento mediato dalla parola.

Ogni scelta di vita è frutto di un’appropriazione della esperienza vissuta, in termini sia emotivi sia cognitivi. La mancata appropriazione può avvenire per diversi motivi. La psicoterapia, attraverso il linguaggio, deve condurre l’individuo al recupero dei significati più autentici della propria esperienza, a maturare una nuova capacità di progettare la sua vita e di vivere in rapporto a ciò che accade.

L’appropriazione di sé, attraverso il linguaggio e la riapertura di nuove possibilità d’essere, è possibile perché il linguaggio stesso è radicato nell’azione [1], una delle sue funzioni più importanti consiste nella possibilità di riconfigurare il sentire e l’agire [2] attraverso il racconto di sé.  La funzione del racconto è proprio quella di articolare il tempo in modo da conferirgli la forma di una esperienza umana vissuta. Esiste infatti un rapporto di mutuo condizionamento tra narratività e temporalità.

Nelle parole di Paul Ricoeur:

Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo; per contro il racconto è significativo nella misura in cui disegna i tratti dell’esperienza temporale.
[P. Ricoeur, Tempo e Racconto, Vol. 1 – pag.15]

John Austin [3] può affermate che “il dire è il fare” perché il linguaggio è radicato nell’azione come un gesto.  Il linguaggio consente la riconfigurazione a partire dai 2 anni, con lo sviluppo della frase completa, più o meno nella stessa fase del riconoscimento allo specchio. Prima dei due anni il linguaggio, la emissione acustica, il gesto acustico e motorio, è parte dell’azione in corso, il bambino dice “palla” in presenza della palla per indicare che vuole giocare. Dopo i due anni il bambino dice “palla” anche quando la palla non c’è, mostrando quindi la capacità del linguaggio di generare nella dimensione linguistica l’universo dell’azione, senza essere vincolato all’accadimento stesso, per questo è riconfigurazione. Da qui tutta la meravigliosa potenza del pensiero astratto, capace di evocare mondi e abitarli. prima ancora di averli generati concretamente.

Attraverso il linguaggio, il modo di raccontarsi della persona ha sempre un rimando al rapporto che egli vive con il mondo, nei suoi diversi contesti di vita, in relazione ai suoi bisogni, alle aspettative e alle possibilità di realizzare i propri progetti d’essere. Le situazioni di disagio e di sofferenza, indicate nel silenzio come pure attraverso il racconto di sé,  sono spesso sostenute da una difficoltà ad aprire un accesso autentico ai diversi aspetti delle esperienze vissute. Le emozioni, portate fuori dal mondo e dalla vita vissuta, non riescono più a fare delle promesse; le possibilità d’essere si chiudono progressivamente.

Nella relazione, attraverso la parola, cerchiamo di riaprire un accesso al mondo esperienziale della persona per far apparire il senso delle esperienze vissute. Recuperati  senso e significato, l’efficacia di una psicoterapia è legata alla capacità del terapista di mobilizzare tutte le risorse possibili per generare una trasformazione capace di riportare le emozioni nel mondo e rimettere in gioco la vita verso nuove possibilità d’essere.

Alcune considerazioni metodologiche

Spiegare una storia non vuol dire interpretarla […] interpretare significa ripercorrere insieme le tracce di sé, attraverso la negoziazione e la determinazione di valori che riguardano la storia personale, fino alla esperienza viva, per ricomporle in una nuova configurazione di significati. Il recupero di sé, è la stella polare lungo il cammino dell’interpretazione terapeutica. [4]

Comprendere una esperienza [5], presupposto di ogni possibile intervento in psicoterapia, implica aprirsi al testo portato dall’altro attraverso il racconto di sé.  Paul Ricoeur (1913-2005) nella sua opera più importante, i tre volumi di Tempo e Racconto, riconduce l’attività di costruzione della identità  – personale e collettiva – alla facoltà di narrare.  Nella identità narrativa, nel racconto della storia da parte del personaggio, viene contemporaneamente ad emergere la storia ed il personaggio al quale fa riferimento quella storia, questo consente la mediazione tra il mutevole e il medesimo.

È proprio includendo il discordante con il concordante che l’intrigo ricomprende il commovente nell’intelligibile.
[P. Ricoeur, Tempo e Racconto, pag.78]

Il commovente qui si riferisce ai vissuti emozionali, alla posizione emotiva che emerge nell’incontro con l’Alterità nei diversi contesti di vita. Incontrando l’Altro, al tempo stesso, andiamo incontro all’effetto che ci fa l’altro. L’incontro con l’alterità coincide quindi sempre con l’incontro di sé.  L’incontro con l’Altro mi consente di sentire il corpo in una condizione che emerge, ogni volta, come la mia esperienza del vivere (Jemeinigkeit) [6].  L’esperienza del vivere, l’effetto che mi fa ogni volta essere nel mondo, si esprime e si inscrive nel corpo lasciando le tracce del mio modo di sentirmi situato, inclinando la mia natura verso un modo di sentirmi, di ri-trovarmi e ri-conoscermi mentre esisto. Il corpo stesso dimora nell’insieme delle possibilità che lo compiono, è in questo dimorare che prende forma (o appassisce) la vita.

Proust [7] evoca questo evento nel Tempo ritrovato.  In alcune pagine di crudele bellezza,  all’improvviso, il narratore si trova gettato nella situazione di un pranzo in cui tutti gli invitati, un tempo conosciuti, riappaiono invecchiati. L’incontro con quelle alterità apre l’esperienza struggente del riconoscimento di sé nel bel mezzo dell’irriconoscibile.  Ciascun attore della scena, generando e attraversando il tempo, appare con i tratti del volto mutati e costringe l’interlocutore a mettere insieme le somiglianze per risalire a una identità. È lo “spettacolo del travestimento con cui l’età si appiccica ai volti che devasta”.

C’era così una donna, che s’era conosciuta magra e ottusa, nella quale una maggiore carnosità delle gote, divenute irriconoscibili, un imprevedibile arcuarsi del naso provocavano la stessa sorpresa, a volte la stessa bella sorpresa, d’una frase sensibile e profonda, d’un’azione coraggiosa e nobile che non ci si sarebbe mai aspettate da lei. Attorno a quel naso – naso nuovo – si schiudevano orizzonti insperati. La bontà, la tenerezza, un tempo impossibili, diventavano possibili con quelle gote. Davanti a quel mento si poteva far sentire qualcosa che davanti al precedente non sarebbe mai venuto in mente di leggere. Tutti quei tratti nuovi del viso implicavano altri tratti del carattere, la magra e spigolosa fanciulla era diventata una vasta e indulgente matrona. Non era più in un senso zoologico, come per il signor d’Argencourt, ma in un senso sociale e morale che si poteva dire: è un’altra persona. 

In gioco qui non c’è solo il riconoscimento dell’altro. Il lettore stesso è segretamente invitato a riconoscere in sé l’evento che, attraverso il racconto, viene evocato.

In effetti, “riconoscere” qualcuno, e più ancora identificarlo dopo che non si è riusciti a riconoscerlo, significa pensare sotto un’unica denominazione due cose contraddittorie, ammettere che quello che c’era, l’essere di cui ci si ricordava, non c’è più, e che quello che c’è ora è un essere che non conoscevamo; significa dover riflettere su un mistero inquietante, quasi, come quello della morte, di cui esso è, del resto, una sorta di introduzione e di annuncio.

Riconoscimento, dunque, come movimento che esplicita la dialettica incessante e irrisolvibile tra sé, l’altro e il mondo. Articolazione continua della dialettica tra estraneità e appartenenza, possesso e spossessamento di sé.

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L’alterità, oltre che nella relazione con il mondo, si manifesta anche nel rapporto con se stessi. Possiamo fare esperienza dell’alterità incontrando il nostro corpo, che può manifestarsi nel desiderio, nei diversi stati fisiologici o nella malattia, contro la nostra volontà. Le emozioni, soprattutto quelle di base – gioia, rabbia, paura, tristezza,  sorpresa, disgusto – ci sorprendono e ci costringono ugualmente a prendere posizione.

Non tutto ciò che facciamo, in modo spesso automatico e reattivo, ci è noto e famigliare. Anche le nostre abitudini, dunque, posso rivelarsi come alterità, soprattutto quando non riusciamo a comprenderne il senso né a recuperarne la storia. Le emozioni, i desideri e diverse altre esperienze vissute nel corpo – la fame, la sete, un viso che arrossisce per l’imbarazzo o la vergogna – non li possiamo scegliere.  Essi dunque ci sorprendono e ci costringono a scegliere il modo di situarci nel mondo rispetto alle situazioni intercorrenti, rispetto agli altri e rispetto a noi stessi.

Ogni conoscenza razionale, ogni rapporto con la realtà, sono dunque mediati dall’azione immersa in un contesto e sono sempre emotivamente situati [8].  Nella intimità a sé, nell’incontro con il mondo, ci troviamo sempre affettivamente situati, in una maniera o in un’altra, affettivamente presi da una tonalità emotiva – stimmung [9].

Kando
Kan-do: emozione-che-muove

La parola emozione deriva dal latino ex-movere, moversi-da. Muoversi, orientarsi nel mondo, assumere una prospettiva. In relazione alla prospettiva  che assumiamo sveliamo alcuni aspetti, alcuni profili di mondo, percepiamo alcune rilevanze mentre altre restano occultate.   Siamo sorpresi dalle emozioni nel momento in cui i profili di mondo che queste svelano ci costringono ad incontrare aspetti impensati di noi stessi e del mondo. Gli aspetti, i profili di mondo elicitati attraverso le emozioni, ci disturbano, ci interrogano, ci mettono in una condizione più o meno nota, confermando – o non confermando –  l’immagine consolidata che abbiamo sedimentato di noi stessi, degli altri e del mondo.

Ogni emozione dunque lascia emergere una geografia di rilevanze nell’ambiente-contesto e queste, a loro volta, aprono prospettive sulle possibilità d’essere, sulle azioni possibili offerte dal contesto. Questa situazione è dinamica, sempre nell’atto di compiersi, mai completamente determinata e compiuta. A ogni azione, a ogni nostro movimento dalla posizione esistenziale e pratica del vivere, corrispondono sempre nuove rilevanze ed altri modi di intonarsi emotivamente alla situazione intercorrente.  Emozione, dunque, come modo integrale del vivente di trovarsi nel mondo, con gli altri, e come modo di essere disposti rispetto a se stessi e agli altri nelle situazioni ricorrenti.

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Mappa degli eventi contesto-emotivi registrati da un paziente

Questa dinamica, sempre nell’atto di compiersi, ci consente di sostenere la continuità di esser-ci nel corso della esistenza. Quanto più le emozioni e i profili di mondo elicitati mettono in crisi aspetti che sono a fondamento del nostro sentirci vivere, tanto più elevato è il rischio di non riuscire a integrare i vissuti in una coerenza di sé sedimentata e stabilizzata nel tempo, dunque di non riconoscersi, di andare fuori da quella stabilità emotiva nella quale dimoriamo quando tutto sembra scorrere senza particolari difficoltà e disagi.

Il testo narrativo in psicoterapia è rappresentato dal testo portato dalla persona, il modo in cui egli porta al dire le sue esperienze vissute, il suo sentire e agire, attraverso il racconto di sé.  Questo testo può essere sostenuto da una maggiore o minore consapevolezza e può manifestarsi come un dire autentico, quando porta al dire il reale sentire e agire, o inautentico quando è espressione di modi di dire e spiegare socialmente sedimentati che non danno espressione ai diversi piani della propria esperienza.  Il dire autentico è sempre espressione coerente di diversi piani o aspetti della esperienza vissuta  (erlebnis):

  • Chi
  • cosa 
  • come
  • perché
  • con o contro Chi
  • con quali emozioni
  • con quali pensieri
  • a partire da quali bisogni
  • con quali aspettative
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In ogni istante, ciascun aspetto, ciascun piano della esperienza, implica e si inscrive in tutti gli altri. Il processo psicoterapeutico, attraverso l’ascolto e il domandare, deve aprire un accesso consapevole ai diversi piani della esperienza e facilitarne l’espressione attraverso la parola. La persona deve poter accedere ai diversi piani della propria esperienza per lasciarne apparire il senso pre-riflessivo. L’accesso consapevole ai vissuti deve poi potersi esprimere in modo autentico e coerente in un racconto di sé maggiormente identitario. Attraverso la riconfigurazione narrativa, possiamo comprendere la molteplicità delle esperienze vissute in una unità coerente, ricomporre le diverse esperienze verso la riappropriazione del sentire e dell’agire.  È solo a partire da questo lavoro di riapprorpiazione autentica che sarà poi possibile dischiudere nuove possibilità d’essere.

Credo sia abbastanza comprensibile, dunque, come il racconto di sé non sia riducibile ad un semplice effetto linguistico di sequenzializzazione, come vorrebbe la prospettiva offerta dalla psicologia narrativa [10], dai costruttivisti o costruzionisti sociali. Non basta mettere in sequenza dei fatti, né è sufficiente cambiare il racconto per cambiare la vita di una persona, il racconto non viene fuori dal nulla.  Occorre aprire un accesso autentico ai diversi piani della esperienza. Questo avviene attraverso un delicato lavoro che passa per l’ascolto attento e l’arte del domandare. Un invito continuo ad accogliersi, a considerare il proprio sentire e agire mettendo tra parentesi ogni possibile giudizio. Un invito a coltivare la capacità/possibilità di essere testimoni di sé, di attestare a se stessi, di volta in volta, il modo di manifestarsi della vita nella vita [11].

L’attenzione e l’accoglienza dell’altro, nella sua esperienza, è qui un passaggio fondamentale.  Il modo in cui si entra in relazione con sé stessi e con l’altro influenza e modifica il modo di generarsi degli eventi e il modo di co-generarsi negli eventi [12]. L’apertura all’altro e la testimonianza a sé si fondano qui sulla non-anticipazione:  accettazione dell’altro e della propria esperienza così com’è.

Accogliere, ascoltare e domandare: un’arte sottile attraverso la quale ne va della possibilità (o impossibilità) di comprendere e manifestare l’essere, restituendo alla vita la sua naturale apertura e generatività.


Note

0) Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – Adelphi (1980)
1) Nishitani N. et all., Broca’s Region: From Action to Language – Physiology 2005: 20, 60-69
2) Paul Ricoeur, Tempo e racconto – Jacabook
3) John Austin, Come fare cose con le parole, (Marietti Ed. 1987)
4) Giampiero Arciero, Sulle tracce di sé, p. 50
5) ‘Comprensione’ intesa nel senso di una determinazione non teoretica, besì pratica, attiva e progettuale della vita umana
6) Martin Heidegger, Essere e Tempo, (Longanesi 2008) – § 9, 12 – pag.75
7) M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 4 voll. Mondadori, Milano – Il tempo ritrovato, pag. 335-761
8) Martin Heidegger, Essere e Tempo, (Longanesi 2008) – § 31 – pag.176 e seguenti
9) L’esser sempre situato in una tonalità emotiva (Stimmung) costituisce una delle tre determinazioni esistenziali dell’Esserci, insieme alla comprensione (Verstehen) e al discorso (Rede)
10) Sinteticamente, il primato del racconto nella composizione della vita di un uomo è stato sviluppato nei lavori di Jerome Seymour Bruner, per il quale la narrazione è una sequenza di eventi, stati mentali, situazioni che coinvolgono gli esseri umani come personaggi o come attori.
11) Angelo Bruno, L’ermeneutica della testimonianza in Paul Ricoeur (Mimesis Edizioni, 2012)
12) “Being There: Heidegger on Why Our Presence Matter”, reperibile online presso:
http://mobile.nytimes.com/blogs/opinionator/2015/03/30/heideggers-philosophy-why-our-presence-matters/

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